palazzo adriano monti sicani

Maria Luisa Parrino

Palazzo Adriano sui Monti Sicani

In un mondo caotico dove andar di fretta sembra esser diventata ormai prerogativa essenziale per la sopravvivenza, la realtà di un piccolo centro Palazzo Adriano sui Monti Sicani, nel cuore della Sicilia, rappresenta leccezione e la dimostrazione che viver diversamente è possibile. Palazzo Adriano è un paese che presenta delle caratteristiche che lo rendono unico e speciale non solo agli occhi dei suoi abitanti ma anche e soprattutto allo sguardo attento di chi, per svariate ragioni, si trova a visitarlo. Chi arriva sui Monti Sicani a Palazzo Adriano ne respira la storia, le tradizioni, la bellezza dei paesaggi incontaminati e percepisce labbraccio dei suoi abitanti, che si distinguono per cordialità e senso di ospitalità verso il forestiero. È difficile non sentirsi a casa attraversando le vie del borgo e non si può non notare come lo scorrere del tempo segua ritmi ben lontani da quelli odierni. Punto di incontro per i Palazzesi è la meravigliosa piazza, che si è prestata come set cinematografico a numerosi film di successo, fra i quali Nuovo Cinema Paradisodi G. Tornatore. Nellagorà di Palazzo Adriano si passeggia e si discute di religione, di politica, della resa delle olive, si fa del gossip e ci si rilassa seduti su una panchina con in sottofondo il rumore dellacqua fresca che sgorga dai cannoli(rubinetti) della fontana ottagonale che primeggia al centro della piazza fra le due chiese di rito greco-bizantino e latino. Avvolta da questa rassicurante atmosfera, nella lentezza delle tipiche passeggiate domenicali, vengo rapita dal suono degli zoccoli di un cavallo credevo, invece davanti ai miei occhi si palesa un insolito scenario. Un ragazzo in sella ad un mulo con abiti tipicamente contadini, un vestito in velluto marrone con gilet e una coppola sulla testa. In lui rivedo mio nonno e in modo istintivo chiudo gli occhi.

Li riapro e mi ritrovo bambina, con attorno i miei compagni di avventura, un bel gruppo di bambini, vivaci e curiosi che scorrazzano per la via giocando e saltellando. Attorno a noi fili con appesa la lana grezza di pecora che le donne avevano lavato e messa ad asciugar al sole per poi riempire cuscini e materassi. Osservando e ascoltando le anziane, fra una filastrocca e un racconto di epoche remote che narra di lenzuola lavate al fiume, di corse sotto le bombe, di cioccolato americano, di scarpe bucate e pantaloni rattoppati, si fa sera e le abili mani dello zio Pino scorrono sulle corde del mandolino producendo un suono che ci invita a ballare e cantare. Sembriamo trottole impazzite, ma ecco scendere lo zio Peppe con il mulo carico di fasci derba, son ceci, ed è festa per noi. Ce ne regala dei mazzetti e ci sediamo a mangiarli guardando distrattamente gli adulti chiacchierare seduti fuori, davanti alle proprie case. Il mulo viene liberato dal carico, beve ed entra nella stalla che, come di consuetudine, si trova a pianterreno dellabitazione del proprietario. Rapita dal turbinio dei ricordi, rivedo mio nonno tornar da campagna con delle ceste di frutta di stagione; mia nonna impastare il pane ed io lì felice accanto a lei che la osservo e provo ad imitarne i movimenti per creare le varie forme che realizza. Che profumo il pane appena sfornato, mi pare davvero di poterlo sentire.è dentro me quellodore! Sento scoppiettare un fuoco, sì è il periodo delle conserve, ci son sopra dei pentoloni con la salsa di pomodoro. Più avanti u strattu(concentrato di pomodoro) steso al sole, e noi birbanti furtivamente intingiamo il nostro dito per assaggiare e assaporare quel gusto deciso e salato. A fine strada degli uomini fanno girare un mulo su dei fasci di grano, è il periodo dellaia, e stanno pisannu i gregni(trebbiando). Li guardo per un pocome ipnotizzata dal movimento circolare dellanimale ma vengo distratta dalle urla dei miei amici che, seguendo le galline lasciate libere nel cortile, hanno scoperto un buco nel muro con allinterno delle uova. È un colpo grosso! Le prendiamo e mentre proviamo a nasconderle fantastichiamo su ciò che potremmo farne. La nostra euforia purtroppo dura poco, perché le pronte mani di una donna ci strappano via il prezioso bottino infrangendo i nostri sogni di gloria; ahimè non resta che consolarci facendo merenda con frutta e pane e zucchero, seduti su unampia scalinata. Riemergo da quel mondo, convinta di aver immaginato anche quel personaggio a cavallo, invece il ragazzo con il mulo, attraversata la piazza, scompare fra i vicoli della cittadella proprio sotto il mio sguardo.

Palazzo Adriano è anche questo. Qui scopriamo testimonianze di un passato ancora palpitante, che si mescola con gli elementi della modernità. Palazzo Adriano, incastonato sui Monti Sicani, raffigura così il punto di incontro fra oriente e occidente, fra antico e moderno, fra tradizione ed evoluzione. Palazzo Adriano, con le sue molteplici sfaccettature, ha mantenuto vivi gli insegnamenti del passato e ognuno di noi, suoi abitanti, ha il compito di tramandarli alle generazioni venture perché non può esserci futuro senza memoria, e senza memoria non c’è identità. La memoria storica non può limitarsi a rivestire un ruolo puramente evocativo o conservativo del passato, ma deve realizzarne le sue speranze valorizzando i ricordi e le immagini dellantico immettendole nel circuito di stimoli e pensieri rinnovati del presente. Noi siamo il risultato del nostro passato, dimenticare le nostre radici ci porterebbe a condurre unesistenza priva di punti di riferimento e ciò distruggerebbe la base della propria identità e della propria continuità nel tempo.

Palazzo Adriano, gioiello dei Monti Sicani


Palazzo Adriano nel cuore dei Monti Sicani si nasconde come un piccolo gioiello della nostra amata terra sicula. Un gioiello al quale tanti sono legati, e i cui ricordi non si dimenticano mai. 
Palazzo Adriano è una piccola realtà dove l’incanto della Sicilia vera non sembra mai essersi spezzato, dove il gusto della vita è semplice ed ancora oggi piacevolmente antico. Palazzo Adriano è fatto di strade, case, chiese, trazzere, paesaggi rurali, animali, persone, tutte quante racchiuse nel cuore dei palazzesi andati via, amanti della semplicità della vita vera, fatta di sudore della fronte e prodotti della nostra terra. Ma Palazzo Adriano è anche storia, poiché custodisce lo splendore di uno dei più antichi reperti di paleontologia esistenti in Sicilia: i blocchi carbonatici della Valle del fiume Sosio, oggi “Riserva Naturale Orientata Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio”. E’ una vallata splendida, conosciuta ovunque per le sue bellezze naturalistiche e per questa particolare ed antica testimonianza di un ambiente superficiale scogliero. Ricco di fossili di macro e microfaune del Periodo Permiano, furono scoperti nel 1887 dal paleontologo Gaetano Giorgio Gemmellaro, professore dell’Università di Palermo. Gli unici due blocchi rimasti integri dallazione di saccheggiatori e di appassionatistranieri, la Pietra di Salamone e la Rocca di San Benedetto, sono di dimensioni notevoli (sino a 200 m di lunghezza e circa 30 di altezza). Degli altri tre merita un cenno la Pietra dei Saraceni in cui è scolpita una scala che porta fino ad un pozzo circolare per la raccolta dellacqua piovana. Con tutte le sue festività, le sagre colme di gastronomia assolutamente tipica di prodotti locali, l’ottimo e rinomato vino conosciuto da ogni parte del mondo, la splendida ed ampia piazza di paese resa celebre dal pluripremiato “Nuovo Cinema Paradiso” ad opera di Giuseppe Tornatore, questo paese non è soltanto la mia terra, ma quella che vorrei vivere più di cento anni ancora.

Peppina di Brasi, personaggio eccentrico di Palazzo Adriano

La storia di Palazzo Adriano è fatta anche di personaggi strani, ormai scomparsi, antrolopogici e vari come  Peppina Di Brasi. Tempo fa, scorrendo distrattamente i posts del mio diario su un noto social network, la mia attenzione venne catturata dalla foto di una donna alquanto singolare. Mi soffermo così a leggere i commenti sul post e scopro che si tratta di una signora vissuta a Palazzo Adriano. Pippina Di Brasi, chi era costei? Il nome non mi è nuovo, evoca in me qualcosa e continuando a leggere mi rendo conto che tutti coloro che visualizzano la foto la ricordano e forniscono dettagli. Incuriosita chiedo in famiglia, ad amici e conoscenti e tutti, proprio tutti, ne conservano un’immagine indelebile. Pippina di Brasi, donna sposata e separata (aspetto già fuori dal comune per l’epoca), abitava in via G. Verdi, nelle vicinanze del Castello Federiciano, a Palazzo Adriano. Con lei vivevano le sue caprette, dalle quali non si separava mai e con le quali dialogava proprio come se fossero sue figlie. Dove era Pippina c’erano anche le sue capre. Che fosse una donna singolare e particolare lo si intuiva già dal suo aspetto. Il suo abbigliamento era insolito, vestiva con abiti larghi e ai piedi usava portare delle calzature spaiate che spesso creava lei cucendo delle pelli che fermava alle gambe con dei legacci. Un’altra cosa che colpiva era la sua barba, motivo di derisione per quei giorni, ma che guardata con gli occhi di oggi ben si addiceva al suo aspetto non convenzionale. Diciamo che Pippina aveva anticipato i tempi, una Conchita Wurst degli anni 60. Chi parla di lei ricorda del suo modo burbero di rivolgersi alle persone alle quali indirizzava spesso appellativi molto coloriti. In realtà ciò era una reazione agli insulti dei ragazzini che la prendevano in giro per il suo modo di essere trasandato. Dietro al suo carattere bisbetico e sotto quella dura corazza si nascondeva una donna generosa, buona ed anche fragile. Chi la conosceva più approfonditamente, infatti, racconta di lei in modo diverso. Pippina era affettuosa con le persone che avevano conquistato la sua fiducia. Usava fare visite al vicinato, aiutar nei lavori di pulitura della lana, fare regali in occasione di matrimoni e a casa sua entrava solo chi le era veramente amico. A volte mostrava anche il suo lato più timido e timoroso, come quando correva a rifugiarsi dalla vicina perché il suo ex marito si era presentato sotto la sua finestra, con un giradischi al collo, per farle la serenata sperando in un ricongiungimento. Certo bisognava esser delicati e pazienti con Pippina perché era molto sensibile. Infatti per non offenderla, quando occorreva farle capire qualcosa, i vicini ricorrevano a degli escamotage. Per provare a farla lavare, data la sua avversione naturale per l’acqua, una volta, si inventarono che dovevano fare u patri priuri(ordinare il nuovo prete) e che dovendo assistere alla cerimonia bisognava esser in ordine e puliti. Così Pippina, inesperta di saponi e profumi, esagerò con i prodotti non riuscendo più a liberarsi dalla schiuma. Per i bambini Pippina era un personaggio fiabesco che viveva in un mondo tutto suo circondata dai suoi amici animali. La sua figura e il suo aspetto scorbutico da un lato li impauriva ma il suo esser fuori dall’ordinario li incuriosiva molto. A casa sua infatti, oltre alle capre, viveva una colonia di topi, fra i quali spiccava un topolino bianco e i bambini, per poter entrare in contatto con questo mondo incantato, facevano a gara per portarle la marmitta( recipiente per alimenti) che alcuni parenti le mandavano. Pippina era una donna senza filtri ed ipocrisie, viveva nella semplicità ed era felice con le sue capre. Il suo stile di vita, spesso oggetto di derisione all’epoca, non ha mai intaccato o arrecato danno a nessuno. La sua originalità sancisce il suo essere anticonformista e ne ha perpetuato la memoria nel tempo infatti il suo ricordo non è mai sbiadito nonostante siano passati tanti anni dalla sua scomparsa. Pippina sembra esser uscita da una novella di Verga e la sua vita riflette il suo attaccamento ai valori di un passato che ormai viene travolto e stravolto dall’irrompere del nuovo proprio secondo l’ideale dell’ostrica dell’autore. Ciò potrebbe far apparire Pippina come una disadattata ma, osservando attentamente, in lei convivono aspetti romantici e moderni e nel suo modo di essere ritroviamo gli elementi contraddittori del passaggio da un’epoca all’altra. Pippina è sì un personaggio romantico che celebra il passato in opposizione al cambiamento, ma in realtà la sua resistenza all’adattamento è anche emblema di autenticità, di rifiuto delle convenzioni e quindi di atipicità, requisiti questi, che le conferiscono caratteristiche di eccentricità e stravaganza tipiche della modernità. Palazzo Adriano, tempio dei Monti Sicani, è questo e molto altro.